Il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato

Il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato, non spetta sulle somme costituenti incentivo all’esodo e su quelle destinate a previdenza complementare.

Questo è quanto emerge dalla sentenza del 18 maggio 2017 del Tribunale di Milano, Sez. IX civ.

La vicenda riguarda una coppia che dopo alcuni anni di matrimonio si separava e poi divorziava, con riconoscimento del diritto della moglie al pagamento dell’assegno divorzile.

Successivamente, avendo l’ex coniuge percepito le indennità di fine rapporto, le indennità equipollenti, nonché altre indennità in forma capitale, tra cui l’incentivo all’esodo, con atto di citazione la donna chiedeva la condanna dell’ex marito a corrispondere ad essa attrice, previo accertamento di quanto percepito e di quanto ancora da percepire a seguito della cessazione del rapporti di lavoro, la quota del 40% dell’indennità di fine rapporto a lei spettante in forza alla previsione di cui all’art. 12 bis l. 898/1970.

Il marito nel costituirsi in giudizio, per quanto qui interessa, contestava il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato, eccependo l’inammissibilità della domanda sottolineando come quest’ultima afferiva al TFR relativo al rapporto di lavoro svoltosi nel periodo di separazione tra i coniugi e dopo la cessazione della convivenza.

Il Tribunale nell’esaminare la domanda, innanzitutto, l’ha ritenuta ammissibile, sottolineando che il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato matura anche durante la separazione, in quanto la cessazione della convivenza non comporta immediatamente ed automaticamente il totale venir meno della comunione materiale e spirituale di vita. Infatti la separazione legale introduce solo una fase di sospensione della convivenza – con la permanenza di diritti ed obblighi – con possibilità di ripristinarla. Conseguentemente secondo il collegio aderire al criterio della cessazione della convivenza, da un lato, comporterebbe l’impossibilità di determinare con certezza il momento, uguale per tutti, in cui cessa di maturare il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato, e dall’altro, sarebbe incapace di cogliere il modo in cui concretamente si atteggia il contributo personale e le esigenze di solidarietà nel corso della vita matrimoniale. Pertanto, secondo il consesso meneghino, il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato, cessa di maturare con il divorzio.

Così ragionando il Tribunale ha affermato il diritto dell’ex moglie a percepire la quota del 40% del TFR corrisposto al marito, quota che pacificamente – per giurisprudenza consolidata – spetta al coniuge titolare dell’assegno divorzile quando il rapporto di lavoro cessa, come avvenuto nel caso di cui si va discorrendo, successivamente all’introduzione della causa di divorzio, a prescindere dalla data di inizio del rapporto di lavoro e del fatto che tale data si collochi, o meno, nel periodo di separazione tra i coniugi.

Quindi il Tribunale ha ritenuto che alla moglie spettasse una quota del TFR, da computarsi calcolando il 40% dell’indennità totale percepita alla fine del rapporto di lavoro, con riferimento agli anni in cui il rapporto di lavoro coincise con il rapporto matrimoniale: risultato che si ottiene dividendo l’indennità percepita per il numero di anni di durata del rapporto di lavoro, moltiplicando il risultato per il numero degli anni in cui il rapporto di lavoro sia coinciso con il rapporto matrimoniale e calcolando il 40% su tale importo. Il tutto senza tener conto delle anticipazioni del TFS/TFR precedentemente erogate, e determinando la quota sulla scorta dell’importo netto (e non sul loro) corrisposto dal datore di lavoro, onde evitare che il coniuge sia tenuto a corrispondere una quota in relazione ad un importo non percepito, in quanto gravato dal carico fiscale.

Al contrario il collegio ha negato il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato, con riferimento alla somma destinata a fondo di previdenza complementare. Invero l’art. 12 bis della legge 898/1970, nel riconoscere al coniuge divorziato titolare di assegno divorzile la quota del 40% del TFR percepito alla cessazione del rapporto di lavoro, di fatto esclude quanto accantonato a fondo pensione in quanto tale importo non viene riscosso alla cessazione del rapporto di lavoro. Infatti nell’ipotesi in cui il TFR viene conferito in un fondo di previdenza complementare, la liquidazione non è riconosciuta alla data di cessazione del rapporto di lavoro, ma solo alla data di maturazione dei requisiti pensionistici. Inoltre le somme versate non sono riconosciute come liquidazione, ma come pensione integrativa, che viene erogata, nella maggior parte dei casi in forma di rendita e solo in alcuni casi in forma capitale. In definitiva, il fondo di previdenza complementare rientra nella previsione di cui all’art. 2123 c.c., quale forma di previdenza integrativa, e non nella previsione di cui all’art. 2120 c.c., al quale si riferisce l’art. 12 bis della legge 898 del 1970.

Infine il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato, secondo il collegio, neppure compete con riguardo a quelle somme erogate a titolo di incentivo all’esodo. Quest’ultimo istituto, infatti, ha natura sostanzialmente risarcitoria. In altre parole si tratta di somma erogata nell’ambito di una trattativa tra lavoratore e datore di lavoro, finalizzata allo scioglimento del rapporto di lavoro, e che mira a sostituire mancati guadagni futuri. A differenza del TFR, quindi, l’incentivo all’esodo non è costituito da somme accantonate durante il pregresso periodo lavorativo “coincidente con il matrimonio” (ovvero non è una quota differita della retribuzione), bensì va a sostituire un mancato guadagno lavorativo futuro, che al momento della sua erogazione in alcun modo è riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.

Per tali motivi secondo il Tribunale di Milano il diritto a percepire una quota di TFR del coniuge divorziato, non spetta sulle somme costituenti incentivo all’esodo e su quelle destinate a previdenza complementare.

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